Come sto costruendo il mio portafoglio ETF da 100.000€ (e cosa ho cambiato lungo la strada)

Mobile app showing stock market data with charts on screen.

Ti dico subito come stanno le cose: questo articolo non nasce perché ho fatto tutto bene. Nasce perché ho fatto abbastanza errori da avere qualcosa di utile da raccontare.

Il mio obiettivo è arrivare ad un portafoglio ETF che si avvicina ai 100.000€ tramite un PAC. L’orizzonte è lungo, molto lungo — quei soldi non ho intenzione di toccarli per un bel po’. Ma prima di arrivare alla struttura che ho oggi, sono passato attraverso tre fasi abbastanza diverse.

La prima: ETF All World, PAC mensile, e la convinzione ingenua che bastasse aspettare. La seconda: noia, impazienza, sbalzi, e poi ho iniziato ad aggiungere roba, Nasdaq, singole azioni, altri ETF, pensando di essere più furbo. Risultato: un portafoglio che non capivo più nemmeno io. La terza, quella in cui mi trovo adesso: ho tolto quasi tutto, ho tenuto una struttura modulare con tilt fattoriale su value, quality e momentum, e ho ricostruito l’esposizione globale spezzandola in blocchi separati invece di usare un unico All World.

Non ti sto dicendo che la mia strada è quella giusta. Ti sto raccontando la mia, con le parti brutte incluse. Probabilmente sto parlando con termini che possono non significare nulla per te, ma andiamo per passi nel proseguo dell’articolo.


Da “classico VWCE” al primo PAC in ETF

Ho iniziato con iShares Core MSCI World. All World, costi bassi, mercati sviluppati, diversificazione automatica. Attenzione non Vanguard VWCE. Tutto quello che leggevo online convergeva su questo: “compra un ETF globale, fai un PAC, non toccare niente per vent’anni.” Non sapevo neanche che un All-World è diverso da un World. Il mondo è unico no ?

Ho cominciato con versamenti mensili, importo fisso. Niente di sofisticato.

I primi mesi erano quasi comici. Aprivo l’app, guardavo il portafoglio, e vedevo… niente. Qualche euro su, qualche euro giù. A volte il mese finiva sotto di quanto avevo versato. Sapevo che era normale, lo avevo letto, lo capivo razionalmente, ma emotivamente era frustrante. Avevo visto quei grafici che circolano online, le curve che salgono e salgono per dieci, vent’anni. Quello che vedevo io era una riga quasi piatta con qualche ondina.

Il problema è proprio questo: le aspettative le formi guardando i grafici storici di lungo periodo, e poi confronti quella roba con i tuoi primi tre mesi di PAC. Non regge il confronto, ovviamente. Nei primi mesi il capitale è piccolo, ogni variazione percentuale vale pochissimo in termini assoluti, e la crescita vera del PAC emerge solo dopo anni. È noioso. Nessuno te lo dice abbastanza chiaramente prima che tu inizi. O per lo meno chi te lo dice, poi pensi che non sia così come sembra perchè tu sei forte mentalmente e non ti fai fregare.


La falsa “diversificazione”: Nasdaq 100, S&P 500 e singole azioni

Dopo un po’ mi sono iniziato a stufare. L’ETF World mi sembrava lento, piatto, anonimo. E allora ho fatto la cosa più classica e più sbagliata: ho cominciato ad aggiungere.

Prima un ETF sul Nasdaq 100, perché “la tech cresce sempre”. Poi uno S&P 500, perché “gli USA tirano”. Poi qualche singola azione, perché seguivo le news e mi sembrava di capire dove stava andando il mercato.

Il risultato? Non stavo diversificando. Stavo solo aumentando l’esposizione agli Stati Uniti e concentrandomi ancora di più sul settore tech e growth. WRDA (L’ETF che avevo scelto) già pesa oltre il 60% sugli USA, quindi aggiungere Nasdaq e S&P 500 sopra significava portare quell’esposizione ancora più su, non distribuirla meglio. Me ne sono reso conto solo dopo, quando ho iniziato a fare i conti sull’esposizione reale del portafoglio.

La fase delle singole azioni merita un discorso a parte. Mi sono detto: seguo le notizie, ho una testa, posso fare meglio di un indice. Classico. Ho comprato qualcosa che andava bene, per fortuna di timing, non per bravura, me lo sono detto onestamente dopo. Ho comprato altre cose che sono rimaste lì a fare nulla per mesi, o che ho chiuso in perdita dopo essermi stufato di tenerle. Il problema non era solo il rendimento: era l’energia mentale che ci mettevo. Leggere notizie su singoli titoli, chiedermi se tenere o vendere, seguire i trimestrali. Non ne valeva la pena. E chiariamoci, anche con l’aiuto delle fantomatiche AI che ti fanno le analisi più complicate oggi in pochi prompt. Se Warren Buffet avesse avuto l’AI fidatevi che avrebbe investito allo stesso modo, magari prendendo una decisione più velocemente ma non diversa.

Pensate che sono arrivato al punto di costruirmi una dashboard, e si con l’AI potete farvela voi customizzata, per capire come era diversificato il mio portafoglio. Ve l’ho detto ormai ero pronto per andare a Wall Street.

Se tornassi indietro, la fase delle singole azioni la rifarei, ma solo come esperimento consapevole, con una quota piccola e separata, per capire cosa significa davvero avere concentrazione su un singolo titolo. Non come strategia principale. Non pensando di battere il mercato in modo sistematico, perché non funziona così.

Quello che non rifarei è aggiungere ETF senza guardare prima la sovrapposizione reale tra gli indici. Ho passato mesi con venti/trenta ETF che replicavano più o meno le stesse aziende. Inutile.


Pulizia del portafoglio: cosa ho tolto e perché

A un certo punto ho aperto il portafoglio e non riuscivo più a raccontarmelo in modo coerente. Avevo una roba di questo, un po’ di quell’altro, singole azioni comprate in momenti diversi per motivi che non ricordavo più bene. Troppo rumore.

Ho iniziato a cercare materiale più serio sulla costruzione di portafoglio, video, paper, qualche creator che parlava di fattori e diversificazione vera invece di raccontare “le azioni del momento”. E più leggevo, più il messaggio era chiaro: avere tanti strumenti non riduce il rischio se quei strumenti si sovrappongono. La diversificazione è una cosa precisa, non si ottiene moltiplicando i ticker. Consiglio di leggere, ascoltare e capire con curiosità. Creator come Coletti, The Bull sono una fonte di informazioni preziosa nel mercato italiano e lo sono state per me per poi capire dove volevo andare ad approfondire.

La pulizia è stata graduale. Prima gli ETF ridondanti, quelli che coprivano aree già coperte da strumenti più ampi. Poi le singole azioni senza una tesi chiara. Ho realizzato alcune plusvalenze prima del previsto, il che non era il piano originale, ma era comunque la cosa giusta da fare.

La parte che non mi aspettavo è quanto mi sono sentito meglio dopo. Meno posizioni significano meno roba da seguire, meno tentazioni di intervenire, meno ore perse a guardare grafici di titoli che non avrebbero mai mosso l’ago in modo significativo. Sembra una cosa ovvia, ma non lo è quando sei dentro. La complessità inutile ha un peso mentale reale, e non te ne accorgi finché non la togli.


Perché sono rimasto 100% azionario

Questa è la domanda che mi fanno più spesso, e la risposta è semplice: quei soldi non mi servono a breve. O almeno spero. Il mio PAC è separato dalla riserva di sicurezza in caso dovesse succedere qualcosa.

Non ho un acquisto importante in programma, non sono vicino alla pensione, non ho bisogno di liquidità in un orizzonte definito. Con queste premesse, tenere obbligazionario avrebbe senso principalmente per smorzare la volatilità emotiva di breve, non per migliorare il risultato atteso su vent’anni o più. E la volatilità emotiva di breve la gestisco diversamente: sapendo prima cosa può succedere, non proteggendomi da essa con strumenti che nel lungo periodo costano rendimento.

Ho studiato i drawdown storici. Meno 50%, meno 57% nel 2008-2009. Anni senza rendimento reale. Non come scenari astratti, li ho scritti su un foglio e ci ho dormito sopra prima di decidere la mia allocazione. Sono rimasto 100% azionario consapevolmente, non per mancanza di fantasia.

Se il tuo orizzonte è più corto, o se hai bisogno di liquidità programmata, la risposta cambia completamente. Non sto dicendo che la mia scelta è quella giusta per tutti. Anzi. Ci sono svariate guide su come scegliere la propria allocazione e viene trattato qui su FinanzaHub in un articolo separato.


Il nuovo portafoglio: tilt fattoriale e ricostruzione “tipo VWCE”

Vengo alla struttura attuale. L’idea di base era questa: voglio qualcosa di simile a un All World come VWCE, ma con la possibilità di controllare il peso degli USA e di aggiungere un profilo fattoriale (in sostanza punto su specifiche aziende, gli underdog, quelle che stanno correndo, e quelle di qualità in senso tecnico del termine). Invece di comprare un unico ETF che fa tutto, ho costruito la stessa esposizione con blocchi separati.

Il tilt fattoriale parte da un’osservazione che esiste nella letteratura accademica da decenni: certi profili di titoli, quelli a basso prezzo rispetto ai fondamentali (value), quelli con bilanci solidi e redditività stabile (quality), quelli che hanno mostrato forza relativa recente (momentum) — hanno storicamente generato rendimenti diversi rispetto all’indice a capitalizzazione pura, nel lungo periodo. Non sempre, non ogni anno, non senza periodi anche lunghi di sottoperformance. Ma esiste una logica dietro, e ci sono ETF costruiti su questi criteri.

I blocchi del mio portafoglio sono quattro:

Il primo è sviluppati ex USA: un ETF sui mercati sviluppati che esclude gli Stati Uniti. Europa, Giappone, Australia, Canada. Mi dà esposizione globale senza aggiungere ancora peso americano.

Il secondo è USA: un ETF S&P 500. Gli Stati Uniti restano il mercato più importante, li voglio in portafoglio. Ma gestisco io quanto pesano, non lo delego all’indice a capitalizzazione.

Il terzo è emergenti: Cina, India, Brasile, Taiwan, Corea del Sud e altri. Più volatile, profilo di crescita diverso. È il blocco che gestisco con più attenzione nei momenti di stress.

Il quarto è il blocco fattoriale: ETF value, quality e momentum. Non è il core del portafoglio, sono le “spezie”. Orientano il profilo complessivo, non lo dominano.

Insieme i quattro blocchi ricostruiscono un’esposizione simile a VWCE, ma posso muovere i pesi nel tempo se lo ritengo utile e vanno ad eliminare code di particolari tipologie di aziende che comportano rischio senza avere un rendimento atteso.


Pro e contro della scelta “modulare” rispetto a un singolo All World

La struttura modulare ha dei vantaggi concreti. Posso aumentare o ridurre il peso USA senza dover vendere l’intero portafoglio. Posso alleggerire gli emergenti durante i PAC nei momenti di volatilità senza toccare il resto. So esattamente cosa ho e in che proporzione.

Ma ci sono anche i contro, e non li voglio glissare.

La complessità di gestione è reale. Con quattro blocchi devo tenere traccia dei pesi, ribilanciare, e soprattutto resistere alla tentazione di toccare qualcosa ogni volta che uno dei blocchi fa peggio degli altri. Con un singolo VWCE quella tentazione quasi non esiste. Con quattro blocchi, ogni notizia su un mercato o un fattore diventa un potenziale stimolo a intervenire. Ci vuole disciplina esplicita, scritta da qualche parte, non solo nella testa.

Il rischio vero è fare troppi aggiustamenti. Un portafoglio modulare che viene modificato ogni sei mesi non è più un portafoglio di lungo termine è un modo complicato per fare market timing.

Tre cose che direi a chi oggi ha solo VWCE e sta pensando di complicare: primo, chiediti onestamente se l’impulso viene da una ragione di investimento o dalla noia di non fare nulla. Secondo, scrivi la struttura su carta con pesi e regole di ribilanciamento — prima di comprare qualsiasi cosa. Terzo, considera che un VWCE con un PAC costante e disciplinato batterà nel tempo quasi tutti i portafogli “ottimizzati” che vengono ritoccati troppo spesso.


Cosa rifarei da zero e cosa no

Se ripartissi da zero, resterei con un singolo All World per i primi due o tre anni. Non perché sia la strategia più sofisticata, ma perché quando il capitale è piccolo le ottimizzazioni marginali contano pochissimo, e quello che conta davvero è costruire la disciplina del PAC, imparare a non guardare il portafoglio ogni giorno, capire come ci si sente durante una correzione.

Limiterei gli esperimenti a una quota piccola e separata, qualcosa che posso permettermi di seguire con più attenzione senza che condizioni il portafoglio principale. Niente stock picking sistematico. Niente ETF tematici comprati sull’onda di un trend.

I tilt fattoriali li introdurrei solo dopo aver capito davvero cosa sono: non una scorciatoia per fare meglio del mercato, ma una scelta deliberata su quale profilo di rischio vuoi avere, con la consapevolezza che puoi stare in sottoperformance per anni prima che la tesi si materializzi, se si materializza.

Le tre cose che ho imparato davvero:

La prima è che non mi aspettavo quanto sarebbe stata noiosa la fase iniziale del PAC. Pensavo di seguire la crescita mese per mese. Invece nei primi mesi non vedi quasi niente, e quella noia spinge a fare cose. Sapere in anticipo che è normale avrebbe cambiato qualcosa.

La seconda è che avevo una confusione fondamentale tra “più ETF” e “più diversificazione”. Sono cose diverse. Ho aggiunto ETF che non aggiungevano nulla al portafoglio, solo complessità e sovrapposizione.

La terza è che non avevo un criterio per decidere cosa comprare o vendere. Ogni scelta era improvvisata. Ora ho una regola semplice: aggiungo qualcosa solo se so rispondere chiaramente a tre domande, cosa porta di nuovo, quanto pesa sul totale, e quando lo toglierei.

Non serve copiare il mio portafoglio. Serve usare questa storia per capire cosa faresti tu diversamente.


Domande che mi fate spesso

Perché non usi più singole azioni in modo sistematico?

Perché il vantaggio informativo che pensavo di avere non esiste. Le notizie su cui basavo le scelte erano già prezzate dal mercato quando le leggevo io. Il tempo che ci dedicavo aveva un costo, e il risultato non lo giustificava. Tengo la porta aperta a posizioni molto concentrate su aziende che conosco in profondità, ma come nicchia, non come strategia.

Perché non hai obbligazionario?

Perché con il mio orizzonte l’obbligazionario ridurrebbe la volatilità di breve senza migliorare il risultato atteso nel lungo. È una risposta che cambia completamente se l’orizzonte è più corto o se hai bisogno di liquidità programmata. Non è una posizione ideologica, è una scelta legata alla situazione specifica.

Come decidi se aggiungere un nuovo ETF?

Tre domande: questo ETF aggiunge esposizione che non ho già, o si sovrappone a qualcosa che possiedo? Qual è il suo peso sul totale, e ha senso che sia così? Ho una tesi chiara per cui voglio quel profilo, e sono disposto a mantenerla anche se sottoperforma per qualche anno? Se non rispondo bene a tutte e tre, non compro.

Come gestisci i drawdown psicologicamente?

Ho scritto su carta i drawdown storici peggiori prima di costruire il portafoglio. Meno 50%, meno 57%, periodi di dieci anni senza rendimento reale. Non come numeri astratti, come scenario concreto da immaginare. Quando i mercati scendono, non è una sorpresa. È quello che avevo già accettato.

Cosa fai se il value sottoperforma per anni?

È già successo — il value ha avuto un decennio abbondante di sottoperformance. La risposta è: non cambio l’allocazione perché un fattore fa male. La tesi è di lungo periodo, non dipende dai rendimenti degli ultimi due anni. Se cambia qualcosa nei fondamentali della tesi, mi fermo a ragionarci. Se cambia solo il rendimento recente, non faccio nulla.


Tre cose concrete da fare adesso

Prima: apri il portafoglio e mappa l’esposizione reale. Quanti ETF hai, cosa replicano, quanto pesano gli USA sul totale. In molti casi il numero sorprende spesso è molto più alto di quello che sembra guardando solo i nomi degli ETF.

Seconda: chiediti se hai bisogno di una pulizia. Se hai più di quattro o cinque ETF, verifica se ognuno aggiunge qualcosa di diverso o se stai duplicando l’esposizione. Se hai singole azioni comprate senza una tesi chiara, chiediti se le compreresti ancora oggi partendo da zero.

Terza: scrivi la struttura che vuoi prima di fare qualsiasi movimento. I blocchi, i pesi indicativi, la regola di ribilanciamento. Se vuoi aggiungere fattori, scrivi perché e per quanto tempo sei disposto a tenerli anche se vanno male. Quella carta è il tuo filtro contro le decisioni impulsive nei momenti difficili.

Non esiste un portafoglio giusto per tutti. Esiste quello che riesci a tenere senza smontarlo ogni volta che il mercato ti spaventa.


FAQ

  1. Come hai iniziato a costruire il tuo portafoglio ETF? Con un PAC mensile su iShares Core MSCI World (WRDA/SWDA). I primi mesi erano quasi scoraggianti, il portafoglio sembrava fermo. Ho capito dopo che è normale, ma nessuno te lo dice con abbastanza chiarezza prima che inizi.
  2. Perché hai deciso di restare 100% azionario? Perché il mio orizzonte è molto lungo e quei soldi non mi servono a breve. Ho studiato i drawdown storici peggiori prima di scegliere, e ho deciso che per la mia situazione il premio di rischio dell’azionario vale la volatilità. Non è una risposta universale.
  3. Come hai ridotto la sovrapposizione tra ETF? Ho analizzato gli indici sottostanti di ogni ETF che avevo, confrontato le esposizioni geografiche, e tolto quelli che replicavano aree già coperte. Poi ho scritto una struttura a blocchi prima di comprare qualsiasi altra cosa.
  4. Qual è il ruolo dei fattori value, quality e momentum nel tuo portafoglio? Sono le “spezie”, non il core. Orientano il profilo complessivo verso caratteristiche che hanno un premio storicamente documentato nel lungo periodo. Li mantengo sulla base della tesi, non dei rendimenti recenti, e il value mi ha già insegnato cosa significa tenerli anche quando fanno male per anni.
  5. Cosa consiglieresti a chi oggi ha solo un ETF All World? Di non cambiare nulla per almeno due o tre anni, e di concentrarsi sulla disciplina del PAC. Prima di aggiungere qualsiasi ETF, scrivere su carta la struttura desiderata. E ricordare che un VWCE tenuto senza toccarlo batterà nel tempo quasi tutti i portafogli “ottimizzati” che vengono aggiustati troppo spesso.